Cenni storici Parrocchia S. Francesco

Documento di introduzione storico archivistica   

Testi tratti liberamente dal libro di Oleg Zastrow riguardante le chiese di Moggio

Campanile della Parrocchia di S. FrancesoNei primi secoli di vita il Cristianesimo svolse la sua opera di evangelizzazione soprattutto in città. Nelle campagne lombarde si afferma a partire dal secolo V; però, già negli anni di Sant'Ambrogio (morto nel 397), esistono gruppi di cristiani rurali. Essi erano affidati a sacerdoti missionari che risiedevano nella zona. Con lo sviluppo di piccole comunità cristiane, alcuni religiosi si stabilirono in mezzo a loro, accanto alle cappelle erette per svolgervi i servizi religiosi. Per tale motivo furono chiamati cappellani. Inoltre, viste le condizioni delle strade e la lontananza dei nuclei dalle città, era difficilissimo battezzare nei centri urbani, così si resero necessari i battisteri, che vennero eretti accanto alle cappelle di campagna. Da qui la nascita delle Pievi (oggi parrocchie) cioè dei primi nuclei cristiani organizzati.

In Valsassina il Cristianesimo giunse abbastanza presto, come testimonia una lapide scoperta nel Settecento, presso la chiesa di san Lorenzo a Cortabbio, risalente all'anno 425. La scoperta fu effettuata da don Giovanni Gerolamo Buzzoni, "proposto vicario foraneo in Valsassina nel 1756, quando per ordine dell'Arcivescovo Cardinale Pozzobonelli, dovette riparare l'oratorio rovinoso e cadente di san Lorenzo in Cortabbio". Appare ragionevole accogliere l'idea che il luogo di Moggio possa essere stato denominato da una tribù di stirpe celtica insediatasi nel sito ben prima rispetto all'epoca in cui si verificò la romanizzazione di queste plaghe. Anche se non è noto quale tipo di cultualità pagana tali abitanti esplicassero in loco, sembrerebbe attendibile convenire che tra il tardo secolo IV dopo Cristo e la fine di quello successivo, anche il locale culto dei gentili, presente in questo vico moggese, dovette venir sostituito dalle ritualità connesse con il credo cristiano.

Dettaglio vetrata della chiesaSecondo Beretta, nelle campagne dell'alto Milanese, lo sviluppo della nuova fede si deve collocare probabilmente nel VI secolo. E' dunque probabile che anche a Moggio tale culto fosse presente dal periodo che va dal 300 alla fine dell'anno successivo, in sostituzione a quello locale. A questo punto sembra pure improbabile che la comunità locale non abbia sentito per circa otto secoli dopo la conversione, l'esigenza di avere un piccolo tempio in cui riunirsi per pregare. Studi recenti hanno permesso di accertare che "la fondazione di un tempietto principale in un sito vicano risale non raramente a una fase iniziale del cristianesimo in queste zone". Del resto, anche la dipendenza dei moggesi dal San Giorgio di Cremeno non implica necessariamente che quella fosse l'unica chiesa a loro disposizione.

Il più antico documento noto, in cui è elencata una chiesa di Moggio, è il Liber Notitiae di Goffredo da Bussero, morto poco dopo il 1289. In tale periodo viene segnalata solo la chiesa di san Francesco d'Assisi. Da ricordare che la canonizzazione si era compiuta nel 1228, due anni dopo la morte del "poverello". Fatto curioso, l'antica parrocchiale di san Giorgio in Cremeno, non era nominata nell'elenco del Bussero. Questo sta a testimoniare che, sebbene molto importante per le notizie che contiene, l'elenco non era comunque perfetto e che, di conseguenza, non è da escludere l'esistenza di altre chiese in Moggio. Sembra del resto attendibile che in precedenza la chiesa fosse dedicata ad altri.

Particolare della navataLa lapide murata nella controfacciata, tuttora visibile, sembra secondo lo Zastrow priva di fondamento e "frutto di una pura illazione fantasiosa". Su di essa si legge: "TEMPLUM HOC - CARD. FRIDERICUS BORROMAEUS - ARCHIEPISCOPLIS MEDIOZANENSIS - ANNO MDCIII DIE XXLX MENSIS AUGUSTI - CONSECRAVIT". In realtà in quell'anno (1603) il cardinale Federico Borromeo non si recò in visita pastorale a Moggio e la consacrazione del S. Francesco era già avvenuta da tempo. La targa fu posta nel 1931 dopo la visita del cardinale Alfredo Ildefonso Schuster che prescrisse di apporre la lapide della consacrazione dell'altare, indicando la data 29 agosto 1603, con il nome dell'Arcivescovo che l'aveva effettuata, presumibilmente il cardinale Federico Borromeo.

Molto più recenti sono i dipinti che raffigurano San Carlo e i Santi Sacramenti, situati nell'ala destra, effettuati nel 1993. Si tratta di affreschi che, volutamente, ricordano nello stile il periodo in cui visse il Borromeo e sono stati eseguiti dalla pittrice Ilaria Alborghetti. Inizialmente, lo stile che caratterizza la chiesa dedicata a S. Francesco era decisamente gotico “latamente lariano", come dimostrano gli studi effettuati col geo-radar da Oleg Zastrow. Per questo motivo le origini dell'edificio risalgono sicuramente al XIII secolo. Tra l'altro le quattro vele della volta erano decorate "secondo un classico della metodologia ornamentale del periodo gotico, con le immagini dei quattro dottori della chiesa".

Veduta dell'interno della chiesaComunque dagli atti della prima visita pastorale di Carlo Borromeo si apprende che in Moggio esistevano altre due costruzioni sacre: una dedicata a san Giacomo e l'altra a san Rocco. Quest'ultimo tempietto, ornato da dipinti e fornito di copertura a volta, si trovava a lato della chiesa parrocchiale e gli abitanti chiedevano all'arcivescovo il permesso di modificarlo per ricavarne l'abitazione del parroco. Nel 1569 viene ordinata la distruzione dei due altari dedicati a san Rocco e san Giacomo, per cui, da allora nessun documento parla più di una cappella dedicata al santo di Montpelier. Per quanto riguarda la cappella dedicata a san Giacomo, Gabriele Mornico dopo la sua visita vicariale a Moggio, il 20 aprile 1589 la definisce già oratorio, termine con il quale si dà una certa dignità alla costruzione. Il reverendo lo dice situato nella parte iniziale di Moggìo, chiuso da un muro con un cancello di legno. Poi nei successivi documenti non se ne parla più e questo fa pensare che col tempo sia stato abbandonato e infine demolito. Su queste basi si può ipotizzare che la chiesetta di san Giacomo possa essere stata sensibilmente anteriore alla attuale parrocchiale. A confermare questa teoria ci sarebbero anche i nomi delle persone che costituivano la popolazione. Si sa, infatti, che ai neonati si usa attribuire un nominativo che ricordi un santo cui è particolarmente legata la comunità. Ebbene, nel 1574 mentre erano 16 a chiamarsi Francesco o Francesca, i Giacomo e Giacomina erano 28.

Una nota interessante si rileva anche negli atti di Federigo Borromeo che, dopo aver visitato Moggio nel 1608, descriveva l'altare maggiore del san Francesco spiegando che sopra la sacra mensa si trovava una grande composizione lignea, scolpita e dorata, sovrastante i1 tabernacolo, ornata da quattro statue maggiori e nove minori. Le prime raffiguravano Maria Vergine, san Giorgio, san Giacomo e Giovanni Battista. Se la Madonna e il Precursore sono presenze consuete nelle chiese cristiane, quella di san Giorgio ricordava l'antica dipendenza di Moggio dalla parrocchiale di Cremeno. Solo il san Giacomo, dunque, potrebbe sembrare strano, ma la sua presenza potrebbe ricordare proprio il primitivo tempio cristiano del paese.

Maria incoronata Regina degli Angeli e dei Santi in Paradiso - Navata centraleTornando al san Francesco dunque, anche se non si conosce la data esatta di costruzione, la si può comunque collocare attorno alla metà del XIII secolo, e precisamente fra la canonizzazione del santo e la stesura del Liber Notitiae. Mentre non si hanno notizie dei primi tre secoli della chiesa, è certa la data che ne segna l'autonomia: 1569. Non vi sono neppure documenti inerenti la prima versione dell'edificio che, presumibilmente doveva sorgere nello stesso luogo odierno. Si sa dai documenti risalenti a qualche anno dopo l'erezione a parrocchia autonoma, che l'edificio era decisamente gotico. Poi venne ristrutturato nei primi decenni del XV secolo. Intorno alla metà del 1200 appariva dunque così: 'L'originale tempietto aveva -una navata dalla pianta pressoché quadrata, misurante anche all'incirca 8,7 metri di larghezza e 9 metri di lunghezza. Questa aula, leggermente ruotata in senso antiorario rispetto all'assetto odierno della chiesa, si concludeva a est con un'abside pure dall'iconografia quadrata: larga circa 6 metri e profonda circa 4,7 metri, compreso l'ingombro del passaggio sotto l'arco trionfale".

Due secoli più tardi, la chiesa subisce un grandioso rimaneggiamento. Nel 1569 il presbiterio è costituito da un ambiente coperto da una volta in muratura e decorato da affreschi. L'altare maggiore ha la predella e un'ancona lignea intagliata e dorata. Il tabernacolo è di legno dorato con sopra una croce. Nella navata, ai lati dell'ingresso del presbiterio, esistono due altari minori dedicati a sant'Ambrogio e a san Bernardino, arricchiti da alcuni dipinti, ma non vi si celebrano funzioni. Nel presbiterio è stata ricavata una porta che conduce alla sacrestia. La chiesa è pure dotata di un campanile con due piccole campane e una campanella. E circondata dal cimitero, consacrato e delimitato da un muro. Non esiste ancora la casa per il parroco, che sarà nominata per la prima volta negli atti borromeici del 1582 come costituita da due locali al piano terra e da altri due a quello superiore. Ciononostante è giudicata dall'arcivescovo scomoda e umida.

Tabernacolo Nei primi anni del 1600 si ha la realizzazione della nuova cappella che accoglie il battistero, chiusa da una cancellata in ferro. Per entrarvi, prima bisognava salire un gradino in pietra e poi scenderne un altro. Vicino alla porta maggiore c'era un'acquasantiera pregiata. La casa parrocchiale si arricchisce di un portico ed è composta da cinque locali. Il 7 marzo 1612 Giovanni Bravetti, del fu Andrea di Moggio, lasciava "libre quattrocento imperiali per erigere una cappella nella chiesa di san Francesco” che voleva fosse dedicata a san Carlo Borromeo. La sua volontà trovò concretizzazione e la cappella esiste tuttora, sebbene ormai sia stata dedicata a san Giuseppe.

Con il reverendo Francesco Ravelli (1569) iniziano i primi interventi importanti alla chiesa: vengono infatti demoliti gli altari nelle cappelle di San Rocco e di san Giacomo e si costituiscono le confraternite del SS Sacramento e quella della Dottrina Cristiana. Vengono acquistati due blocchi litici grezzi per costruire il basamento e la conca del fonte battesimale, ultimato nel 1575. Oggi è ancora possibile vedere questa opera dalla strada che fiancheggia in basso il lato sud della chiesa di S. Francesco. Sono gli anni della concrétizzazione delle disposizioni di san Carlo che porteranno indubbiamente miglioramenti nello svolgimento delle funzioni, ma cambieranno di molto la struttura architettonica del San Francesco, cancellandone le impronte medioevali. Nel 1600 la chiesa lascerà insomma la sua originaria struttura gotica per assumere quella barocca. Al contrario, la vita della parrocchia verrà gestita in modo più regolare.

Cappella di S. GiuseppeDopo l'erezione della cappella borromaica, veniva realizzata anche quella dedicata alla Madonna da parte degli artigiani, provenienti da Laino in Val d'Intelvi, che eseguirono decorazioni a stucco. Si trattava dei fratelli Pietro e Antonio Prandi, figli di Marco Antonio. Anche questa cappella è oggi visibile con le sue principali strutture secentesche. "Il corpo di fabbrica sporge al di fuori del filo esterno della navata, di circa due metri". Gli stucchi del coro, della navata e le due figure dell'arco trionfale, dello stesso periodo, sono stati eseguiti ancora dai fratelli Prandi di Laino. Di esse, però, si conservano solo alcune porzioni.Il 10 luglio 1622 viene ultimato anche l'intervento alla sacrestia, fino ad allora troppo piccola.

All'inizio del 1700 la chiesa di san Francesco risulta avere già tre altari ed è arricchita di quadri e affreschi. Il presbiterio è riccamente decorato di stucchi e ornato da pregevoli tele dipinte, che rappresentano scene tratte dal Vecchio Testamento. L'antica balaustra del coro, eseguita in ferro nel 1583, era ormai stata sostituita da un'altra in pietra arenaría. Nella cappella della Madonna c'è ancora il manichino in legno “preziosamente vestito". Fino al termine di questo secolo l'aspetto della chiesa è tipicamente barocco, poi questo stile già nei primi decenni del 1800 si comincia a disperdere. Tra i vari cambiamenti ci sarà la soppressione della cappella del battistero e di un'acquasantiera in marino nero screziato di bianco, donata nel 1632 dai moggesi emigrati a Roma. Non vi sono più tracce di una preziosa collana di perle, donata da Margherita Combi vedova del signor Pietro Locatelli "oriunda di Ballabio Superiore", per onorare la statua della Madonna del Carmine.

Nel 1837 viene sostituito il vecchio altare in legno, scolpito e decorato, ma ormai roso dai tarli. Quello nuovo fu acquistato di seconda mano dalla parrocchia di Valmadrera. L'opera di collocazione nel presbiterio di san Francesco venne affidata al marinista Giuseppe Pirelli di Varenna che vi lavorò per un mese intero. In quello stesso periodo si perse anche il dipinto di san Carlo, restaurato nel 1845 da Alfonso Ferreri. Nel 1876 Antonio Sibella, che ha lasciato numerose testimonianze della sua opera in Valsassina, decora il presbiterio con affreschi, tuttora visibili.

Nel 1873 i due dipinti murali furono staccati e riportati su tela, quindi sistemati sulle pareti della navata. Essi rappresentano Gesù che piange su Gerusalemme e Gesù che accoglie i bambini. Il 22 maggio 1881 viene sistemata nell'omonima nicchia la statua di san Carlo, scolpita da Francesco Confalonieri di Milano. Purtroppo anche questa fu sostituita, solo due anni dopo, con la scultura di san Giuseppe, tuttora nella cappella omonima. La statua dedicata al cardinale Borromeo, oggi nel coretto a sud del presbiterio, secondo quanto afferma Oleg Zastrow "non è altro che un san Luigi Gonzaga, adattato in una fase tardiva più o meno goffamente a fungere da san Carlo". Dello stesso periodo è l'ingrandimento del presbiterio: dietro all'altare si erige un coro sporgente, semicircolare, su disegno dell'ingegner Angelo Manzoni di Barzio. Il coro viene collaudato il 23 maggio 1884 da Battista Scola di Carenno. La spesa fu sostenuta per la maggior parte da don Luigi Combi di Cremeno, parroco di Solbiate Arno e per la rimanente somma dal Comune di Moggio.

Cena di Emmaus - Dettaglio dell'altare Nel 1897 viene eliminato l'antico manichino della Madonna del Carmine e sostituito con una scultura di legno intagliato, policromo e dorato. L'ordine della sostituzione era stato dato dal cardinale Andrea Carlo Ferrari dopo la sua visita pastorale dell'anno prima. Alla fine del secolo anche la sacrestia risulta più grande e nel 1900 il parroco don Antonio Spreafico vi fa praticare un'apertura per ottenere un piccolo locale dove "raccogliere i figli piccoli la domenica". Ora vi si tengono gli arredi sacri.

Nel 1906 viene affrescato san Francesco d'Assisi sulla facciata della chiesa , restaurato nel 1966 e rifatto totalmente nel 1992. Sempre dal 1966 dall'edificio vengono eliminati gli ultimi residui secenteschi compiendo "uno sciagurato intervento". Due anni dopo viene sistemato l'altare del Carmine con marmo nero e variegato opera del marmista Giovanni Calvasina di Lecco. Nel 1993 vengono sistemate sulla facciata esterna le due statue di cemento uso avorio i santi Pietro e Paolo, eseguite dalla ditta Riva di Ulano. Nel 1958 furono rialzati di quasi un metro i muri perimetrali della chiesa e rifatto ex novo il tetto. Tre anni dopo veniva rimodernato anche il pavimento, dalla ditta Maternini di Oggiono.

Via Crucis - Nel 1759 nella chiesa dedicata a san Francesco d'Assisi, viene benedetta la prima Via Crucis, costata molto ai parrocchiani. Purtroppo, come già accaduto per altre opere, anche di questa non esistono più tracce. Nel 1887 viene disposta quella nuova, acquistata con le oblazioni dei devoti e realizzata dal fabbricante di arredi sacri Pelitti, di Milano. Purtroppo anche queste stazioni sono andate perdute. L'attuale Via Crucis di 14 quadri è stata benedetta il 21 dicembre 1941, con l'approvazione del cardinale Schuster. Le opere sono state realizzate da Acrisio Luciani. Al piede della stazione che raffigura la sepoltura di Gesù si legge la data di esecuzione: 1938. L'autore, nativo di Tivoli nei pressi di Roma, moriva pochi mesi dopo aver dipinto le tele. Le cornici sono invece opera di Antonio Monticelli di Primaluna.

Fonte battesimale- In un documento del 22 gennaio 1574 si comincia a parlare di "denari" dati "a conto di battistero". Il fonte battesimale fu realizzato all'epoca di don Francesco Ravelli, primo parroco di Moggio. Nel 1575 una nota spese riportava l'avvenuta consegna di due blocchi litici grezzi, da utilizzare per eseguire la colonnina e la conca del fonte battesimale. "La pregevole conca monolitica, sobriamente ornata da regolari baccellature, ha un diametro di 70 cm e un'altezza di 30 cm; attualmente l'altezza totale dell'elaborato non è valutabile, dato che la base è interrata, sì che la parte sporgente misura solo 73 cm.... Oggi rimane leggibile solo la data di esecuzione: 1575, mentre non è rimasta l'antica iscrizione. I blocchi di pietra erano stati presi probabilmente in una cava non poco lontana da Moggio. Lo stesso Federico Borromeo, dopo la visita del 30 giugno del 1608 descriveva la pietra come proveniente dalle montagne soprastanti il Lario. Il fonte battesimale è ancora oggi visibile dalla strada che fiancheggia in basso il lato sud della chiesa di san Francesco, in una nicchia moderna. Questo elaborato "di pregevole valore artistico" non è l'unico della zona, secondo quanto afferma Oleg Zastrow: "Si può ad esempio porlo in stretta connessione con il fonte battesimale che ho avuto modo recentemente di ritrovare a Premana e che i documenti segnalano essere stato elaborato fra gli anni 1570 e 1580". Dopo la sua visita del 1608 il cardinale Borromeo emana delle disposizioni nel 1614 in cui prescrive, fra l'altro di togliere l'umidità dal battistero e di affrescare l'immagine di San Giovanni Battista. Fra il 1685 e il 1690 finalmente il battesimo di Gesù nel Giordano appariva sulle pareti. Purtroppo la cappella verrà soppressa nel secolo XIX insieme alla pittura che il cardinale Giuseppe Pozzobonelli nella sua visita pastorale del 24 giugno 1746 descriveva dipinto sulla volta.